2006 La piccola città

«La piccola città non vuole essere il quadro della vita in una comunità del New Hampshire, né un’ipotesi sulle condizioni di esistenza dopo la morte (quello è semplicemente un elemento che ho preso dal Purgatorio di Dante). E’ il tentativo di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana. E’ una pretesa, una rivendicazione, cui ho cercato di dare la massima assurdità possibile, mettendo la cittadina sullo sfondo delle sterminate dimensioni del tempo e dello spazio.

Le parole che ricorrono continuamente in questa commedia sono “centinaia”, “migliaia”, “milioni”. Le gioie e i dolori di Emily, le sue lezioni di algebra e i suoi regali di compleanno, che valore ha tutto questo quando consideriamo i milioni di ragazze che hanno vissuto, che vivono e che vivranno? Ogni aspirazione individuale a una realtà assoluta può solo essere interiore.

E qui il metodo di allestimento trova la sua giustificazione […]. La nostra pretesa, la nostra speranza, la nostra disperazione sono nella mente, non nelle cose, non nella “scenografia”. Molière diceva che per fare del teatro gli bastavano una pedana e un paio di passioni. A questa commedia bastano due metri quadrati di assi e la passione di sapere che cosa significhi per noi la vita».

                                                                                                               Thornton Niven Wilder

 

La piccola città_La Traccia

 

I professori Roberto Rossi e Sara Perego, dopo la preziosa esperienza triennale diretta dal prof. Giuseppe Foppa, dal mese di novembre 2005 hanno raccolto di nuovo la sfida del teatro e hanno allestito la messa in scena della commedia in tre atti “La piccola città” dell’americano Thornton Niven Wilder (1897-1975).

 

Ambientata in una piccola cittadina del New Hampshire di inizio novecento, l’opera racconta il tranquillo e quasi scontato procedere della vita dei suoi abitanti e di come, proprio nello svolgersi ripetitivo dei gesti quotidiani, sia possibile misurarsi con il senso della vita tutta.

 

Introduzione all’opera

di Gianfranco D’Ambrosio

 

Quando vide la luce nel 1938, La Piccola città fece registrare un enorme successo internazionale, che probabilmente fu dovuto a quella originale fusione, tipica di Wilder e di certo teatro americano novecentesco, fra indagine psicologica moderna e riflessione classica su grandi tematiche esistenziali; una poeticità, notano i critici, che non ha bisogno di scenari invadenti né di costumi appariscenti: basteranno i gesti e le allusioni, sarà sufficiente una nuda scenografia a rappresentare simbolicamente il fascino, precario e sfuggente, del vivere umano.

E infatti la vita, anche quella semplice e quotidiana che si svolge in una piccola città di provincia degli Stati Uniti d’America – Grover’s Corners – all’inizio del secolo scorso, ma potrebbe ubicarsi in un qualsiasi momento del tempo; la vita, normale e parallela di due famiglie del ceto medio americano,  un medico e un direttore di giornale; la vita di tutti i giorni dove c’è chi nasce e chi muore, dove le mogli attendono alla casa e parlano dei pettegolezzi del paese e i figli si innamorano e si sposano; la vita in se stessa che inesorabilmente passa e lascia sulla terra qualcuno più a lungo e altri meno; la vita che quasi banalmente introduce ciascuno nel mistero dell’esistenza; proprio questa vita semplice, quotidiana, normale e banale è il tema folgorante che ci viene offerto dall’autore.

Un tema che non poteva non giungere da un popolo che custodisce nel suo dna quel sentimento concreto delle cose, così caratteristico del nuovo mondo, così fresco e affascinante per la stanca mente europea: l’intuizione della miracolosa bellezza della vita, osservata, sostenuta e guidata da un  misterioso personaggio che nella finzione teatrale funge da  direttore di scena,  ma che di questa vita sembra impersonare l’origine e il destino.

E qui scatta tutta la profondità del dramma: proprio questa quotidianità non consente che gli uomini si accorgano di quella bellezza, almeno finché rimangono in vita. Nessuno comprende la vita finché è vivo, solo la morte consegnerà agli uomini questa consapevolezza.

Da qui il tono di doloroso rimpianto che nella surreale parte conclusiva si impadronisce del cuore della protagonista Emily Webb; sulla collina di  Grover’s  Corners, dove si trova il cimitero del paese, ella, dopo aver provato a sue spese un’esperienza particolarissima, chiede al misterioso Regista: “C’è mai nessun essere umano che sappia quello che sta vivendo mentre lo vive, ogni minuto, senza perderne nemmeno uno?”. “No”, risponde il Regista, “i santi e i poeti, forse. Gli altri non capiscono”.

Spesso si comprende il valore delle cose solo dopo che si sono perse, ma quando ci si accorge che ciò che si perde è l’esistenza stessa, un senso di cocente scoramento ci pervade. In tal modo Thornton N. Wilder lancia per noi  il suo grido alla vita.

La Piccola città_La Traccia

Piccola città_La Traccia

Commento alla prima

di Franco Valtellina

 

Stupiti, commossi e grati. Questi tre aggettivi possono sintetizzare lo stato d’animo mio, ma penso di tanti, dopo la prima de “La piccola città” di venerdì 7 aprile al teatro Nuovo di Trescore.

Stupiti, come erano gli sguardi dei presenti al termine della recita, per la bellezza di un evento inatteso, ma, magari inconsapevolmente, desiderato; inatteso, ma corrispondente alle attese più profonde, che cioè si possa parlare, rappresentare la profondità del cuore umano e del mistero della vita; che una volta tanto si parli dell’unum necessarium e non di banalità, e se ne possa parlare in modo semplice e immediatamente comprensibile. Stupiti perché pochi si aspettavano uno spettacolo di questo livello con una recitazione così intensa da parte di tutti. Stupiti per la messa in scena, semplice, essenziale, banale se si vuole, ma che rende l’idea della vita di tutti i giorni, quella di cui cercare il significato, che spesso è monotona, pesante, “normale”.

Commossi, non solo perché nell’ultimo atto tutti hanno pianto – e se non piangi, di che pianger suoli? -, non solo per il silenzio partecipe del pubblico – anche dei ragazzini presenti in platea – che ha accompagnato la scena finale. Commossi soprattutto perché mossi con, mossi insieme; avete coinvolto la platea sia facendo recitare gli attori in mezzo al pubblico, sia perché avete toccato temi quotidiani, temi che toccano tutti: “l’universale nel particolare” secondo la definizione di arte che dà uno dei protagonisti de “Il cavallo rosso”. Mossi insieme, perché la ricerca del significato non è un’avventura da intraprendere da soli.

Grati, per quello che ci è stato offerto; perché la mattina dopo è stato più facile entrare in classe e guardare con altri occhi i ragazzi – soprattutto quei due che erano in sala della mia terza – , perché avete dimostrato che è possibile educare, che non è puntando al ribasso che si ottengono dei risultati in questo campo; perché l’unità degli adulti è il luogo che genera alla vita umana tutta intera, non solo fisica.

Stupiti, commossi e grati come bisognerebbe sempre esserlo, ad ogni istante, per poter comprendere la vita anche quando si è vivi.

La piccola città_La Traccia

 

La compagnia ha debuttato venerdì 7 aprile 2006 e replicato giovedì 1 giugno in apertura della Festa della Traccia, registrando in entrambe le serate il tutto esaurito e il favore stupito del pubblico.

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