Edizione 2012

 

Appartengo, dunque sono

C’è una menzogna che è la madre di tutte le menzogne, e che la cultura moderna è riuscita a far diventare mentalità diffusa, perfino ovvia. E cioè che essere liberi voglia dire non avere legami, poter fare quello che si vuole, non dover dipendere da nessuno. Invece non è così: noi non siamo soli, noi non siamo orfani, noi siamo di qualcuno. Noi siamo figli. E’ la suprema evidenza della vita. Famiglia e scuola sono i due luoghi fondamentali in cui questo dinamismo si realizza, in cui la libertà cresce in proporzione alla ricchezza dei legami che si stabiliscono, segni tutti dell’universale dipendenza da Chi le cose le ha create e le ricrea in ogni istante. Come documenta questa lettera che abbiamo ricevuto da un ex alunno, ora trentenne, di cui riportiamo alcuni stralci: “Agli insegnanti della Traccia (…) persone a cui ho la fortuna di poter dire grazie: è la momentanea liberazione dal fardello dell’orgoglio, il sentirsi pienamente

figli. (…) Si è figli del maestro che ci ha trasmesso il suo sapere, della madre e del padre che ci hanno generato, nutrito ed amato, dell’autore che abbiamo studiato. (…) Uno sguardo amorevole su di séNon troverei altro modo per definire i tre anni trascorsi alla Traccia per frequentare le scuole medie. (…) Non sarei quello che sono oggi se un giorno, durante una lezione di narrativa, l’insegnante non mi avesse detto, commentando un passo di Pinocchio, che un pezzo di legno non è un pezzo di legno, ma può diventare un bambino. (…) Tutta la realtà materiale diveniva

improvvisamente sacra, segno di un ordine misterioso, di una positività, era un dono meraviglioso da scoprire, e che un professore poneva improvvisamente nelle mie mani. Il cielo non sarebbe più stato lo stesso, avevo fatto esperienza della fede. Capisco ora che in quella lezione vennero posti in me alcuni semi che sarebbero cresciuti soltanto diversi anni dopo. (…) Abbiamo avuto la fortuna allora di sentirci dire che la libertà non è fare ciò che suggerisce l’istinto, ma è seguire qualcuno di più grande; che eravamo stati creati per godere appieno delle cose, per non dolerci delle raffiche di pioggia della vita;della verità e che ciò che ci veniva richiesto era di conservarci sempre degni, ad ogni istante, di questa attesa (…) Quante volte nella vita non sono stato all’altezza della dignità che mi venne riconosciuta in quegli anni (…) Non posso impedirmi di ricordare con gratitudine chi questa bellezza

mi ha insegnato a vederla. In fondo se dovessi sintetizzare cosa ho davvero imparato in quegli anni di scuola direi che

ho acquisito la certezza che la realtà che mi circonda non è retta dal caso, ma che al contrario è ordinata da un disegno buono, amorevole. (…) Incredibile pensare come nella nostra classe di bambini fossimo stati trattati da subito come uomini, come alcuni professori investissero su di noi tutto, (…) Nelle ore di musica, tecnica, italiano, scienze, storia, arte, siamo stati accompagnati per mano, ed il messaggio era in fondo sempre lo stesso: ci sentivamo dire che valeva la pena appassionarsi allo studio perché le diverse materie erano una porzione, una particola di senso, un avvicinarsi progressivo al significato delle cose. (…) La Traccia ha gravato la mia vita del dono più grande, ha destato in me il desiderio di verità, il bisogno che la vita e la morte fossero illuminati da un senso. (…) Una mattina l’insegnante ci portò davanti al feretro del custode venuto a mancare nella notte. Quel giorno non facemmo lezione. Eravamo bambini messi davanti alla vita e alla morte, ma mai abbandonati, niente ci venne negato per un immorale senso di protezione, la Traccia non è stato il Paese Dei Balocchi. (…) Ricordo ancora l’inquietudine che destò in me la vista di quell’uomo. Avevo dodici anni. Ora capisco che nulla ci venne risparmiato, nessuno ci illuse coprendoci gli occhi, ma il valore di quell’esperienza fu tutto nel non essere lasciati soli davanti al segno tangibile del nulla: un maestro era lì con noi.”