La Traccia in Festa - Edizione 2011

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I pellegrini di Santiago: uomini in movimento, uomini che muovono

II linguistico 2010/2011

 

COSA È UN PELLEGRINAGGIO?

Il pellegrinaggio è un viaggio che si compie per giungere in un luogo di culto, e quello cristiano ha principalmente tre tappe:

Gerusalemme: la più antica meta di pellegrinaggi, in quanto città dove si trova il Santo Sepolcro e dove Cristo ha vissuto la Passione. I pellegrini che vanno a Gerusalemme sono detti “palmieri”, poiché il loro simbolo è la palma, che ricorda l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Roma:iI pellegrini di Roma erano chiamati “romei” e il loro simbolo sono le chiavi di San Pietro.

Santiago de Compostela: questa è la città spagnola capoluogo della Galizia e nel 2000 è stata capitale europea della cultura. I pellegrini che vanno a Santiago si chiamano “giacobini”, nome che deriva appunto da San Giacomo. Il loro simbolo è la conchiglia, in particolare la capasanta, tipica di quel luogo.

 

DIVERSI TIPI DI PELLEGRINAGGI:

Nel mondo cristiano sono esistite due forme di pellegrinaggio, in seguito collegate e fuse tra loro:

  1. Il pellegrinaggio devozionale
  2. Il pellegrinaggio penitenziale

Il primo esiste fin dall’epoca paleocristiana e faceva parte del processo di conversione: lo si percorreva infatti per liberarsi dalle ansie e dalle tensioni del mondo. Il pellegrinaggio penitenziale, o espiatorio, invece ha origini più tarde: esso era originariamente una forma di dura condanna verso una colpa molto grave nella quale incorrevano soprattutto gli ecclesiastici.

 

 

TAPPA 1: VESTIZIONE DEI PELLEGRINI

Prima di iniziare il pellegrinaggio, le persone si recavano dal proprio parroco per ricevere la santa benedizione. Tornati a casa facevano scrivere il proprio testamento, perché il viaggio era lungo e rischioso. Poi iniziava il rito della vestizione. I familiari consegnavano al pellegrino le varie componenti dell’abbigliamento tipico del pellegrino:

 

–          un mantello di tessuto grezzo chiamato sanrocchino, pellegrina o schiavina perché era un abito da servi, da schiavo;

–          un cappello che si chiamava petaso e serviva per ripararsi dal sole o dalla pioggia;

–          un bastone di legno, con una punta chiodata, alto e molto robusto per resistere per tutto il lungo viaggio. Il suon nome è bordone.

 

Questa è la formula che veniva recitata alla consegna del bordone:

Ricevi questo bastone a sostegno del viaggio e della fatica sulla strada del tuo pellegrinaggio, affinché  ti serva a battere chiunque ti vorrà fare del male e ti faccia arrivare tranquillo alla porta di S. Giacomo e, compiuto il tuo viaggio, possa tu tornare da noi con grande gioia, con la protezione di Dio, che vive e regna per tutti i secoli dei secoli.

–          Una bisacca, una sorta di borsa floscia; essa aveva un significato: era sempre aperta in quanto il pellegrino doveva essere sempre pronto a donare e a ricevere.

 

Questa è la formula che veniva recitata alla consegna della bisacca:

Ricevi questa bisacca, che sarà il vestito del tuo pellegrinaggio affinché, vestito nel modo migliore, tu sia degno di arrivare alla porta di S. Giacomo, dove hai desiderato arrivare e, compiuto il tuo viaggio, tu possa tornare da noi sano e salvo, con grande gioia, se così vorrà Dio, che vive e regna per tutti i secoli dei secoli.

LA LEGGENDA E LA STORIA DI SANTIAGO:

San Giacomo fu uno dei dodici apostoli. Dopo la morte e la resurrezione di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana. Egli è considerato patrono dei pellegrini e viandanti in quanto realizzò un viaggio dalla Palestina alla Spagna sbarcando nelle coste dell’Andalusia, terra in cui cominciò la sua predicazione e si pensa che fu il primo ad evangelizzare la terra ispanica. Inoltre, in un periodo in in cui gli arabi si erano insediati e dominavano la Spagna, San Giacomo divenne il simbolo e il protettore della riconquista e venne spesso raffigurato come il “santo- guerriero”. Nell’anno 813 l’eremita Pelayo, preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle, su un monte. Il vescovo Teodomiro, interessato allo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba con la scritta “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo”. Per questo motivo si pensa che “Compostela” derivi da campus stellae. Subito dopo la scoperta del sepolcro iniziarono i pellegrinaggi da ogni parte d’Europa usando la via lattea come direzione da seguire. Fin dal Medioevo è meta di importanti pellegrinaggi di fedeli, che la ritengono un punto centrale della cristianità.

 

 

TAPPA 2: CREDENZIALE ED ACCOGLIENZA

La Credenziale è un documento di viaggio che accompagna sempre il pellegrino. Contiene i dati anagrafici del pellegrino e va obbligatoriamente timbrato presso l’albergue alla fine di ogni tappa. Anche i rifugi, gli ospizi, i ristoranti, le chiese e i luoghi di culto sono dotati di timbro. Debitamente timbrato esso testimonia l’avvenuto pellegrinaggio e distingue il pellegrino da ogni altro viaggiatore.

 

 

COME ARRIVARE A SANTIAGO

Santiago de Compostela è collocato nella parte nord della Spagna, nella regione della Galizia. Il pellegrinaggio per Santiago segue l’antica via e può venir fatto a piedi o in bicicletta. Il cammino classico di pellegrinaggio segue la via Francigena. Lo si percorre a piedi o in bicicletta facendo 20/30 km al giorno per un mese fino a raggiungere il santuario. In totale sono 800 km.

Le principali vie di terra che convergevano verso Santiago sono descritte nel Codex Calixtinus; erano e sono ancora:

–          Via Francigena

–          Il camino aragonés

–          Il camino francés

Per qualunque cammino arrivassero i pellegrini il punto di raccolta era il Puente la Reina.

Le indicazioni stradali erano e sono ancora oggi segnalate in giallo, colore simbolo del pellegrinaggio di Santiago. Altro emblema del pellegrinaggio spagnolo è la conchiglia, la quale si trova spesso sui muri, utilizzata come metodo per orientarsi.
TAPPA 3: IL SALUTO DEI PELLEGRINI

 

 

  Quando dei pellegrini si incontravano, consapevoli di trovarsi nella medesima situazione di fatica, si scambiano un saluto di incoraggiamento: ULTREIA. Questa parola latina significa “ultra: più” ed “eia: avanti”. Essa è la formula abbreviata della frase “ultreia, seseia, Santiago”, cioè “forza! Che più avanti, più in alto c’è Santiago!”.

LO SVILUPPO ARTISTICO, ECONOMICO E CULTURALE (il Romanico)

Sulle rotte che conducono ai sepolcri più venerati si muovono, con gli uomini, i commerci e la cultura, costituendo uno dei principali modi degli scambi e del progresso nel Medioevo. Sulle vie principali dei pellegrinaggi sorgevano una serie di santuari intermedi, di chiese, di monasteri e di altri centri di richiamo religioso, attraverso i quali si canonizzarono le tappe di vari tragitti che poi confluivano verso la destinazione finali. I centri toccati dall’affluenza dei pellegrini ebbero una grande fioritura, sia in termini economici che artistici. I pellegrinaggi ebbero immediate conseguenze anche in campo artistico. Innanzitutto favorirono i contatti tra centri anche molto distanti, spiegando la diffusione “a macchia” delle novità stilistiche e tecnologiche. Inoltre divennero necessari alcuni adattamenti alle chiese, imponendo particolari accorgimenti alla pianta, come la maggiore ampiezza, e divenne fondamentale aprire delle cappelle radiali contenenti reliquie. Dall’anno Mille in poi il miglioramento delle condizioni di viaggio e la costruzione di una rete di strutture ospitali permisero all’uomo del Medioevo di trasformarsi in viaggiatore: su quelle rotte insieme al pellegrino si muoveva la cultura, l’arte, il pensiero. Come disse Rodolfo il Glabro: “L’Europa si ricoprì di un candido manto di chiese”, come: Basilica Saint Martin de Tours, Cattedrale di Burgos, Cattedrale di Orleans, Cattedrale di Pamplona, Santa Maria la Real, Cattedrale di Vezelay, Cattedrale di Le Puy.

 

Cattedrale di Le Puy

Basilica di Tolosa

 

TAPPA 4: LA PURIFICAZIONE NEL LAVACOLLA

 

Uno dei più importanti riti riguarda il bagno finale nelle acque del Lavacolla, una corrente che si trova a due miglia da Santiago, sul Monte de Gozo: dato che il cammino stava per concludersi, “per amore dell’Apostolo” il pellegrino voleva rendersi presentabile, perciò si immergeva fino al collo nell’acqua fredda del corso d’acqua per purificarsi prima di arrivare al cospetto del Santo.

ARRIVO A SANTIAGO

La Cattedrale di Santiago de Compostela è stata costruita nel 1211 per volere di Alfonso II della Asturie. Al suo interno nella cripta i fedeli venerano le reliquie dell’apostolo San Giacomo, patrono di Spagna. La chiesa è la meta del cammino di Santiago.

 

 

TAPPA 5: SANTIAGO

Dopo un lungo e faticoso cammino, i pellegrini arrivano commossi alla meta. Durante il percorso si sono accorti di cosa ha caratterizzato il loro viaggio:

-semplicità: il pellegrino porta con sé solo le cose essenziali e si affida nelle mani di Santiago

-grazia: i pellegrini accolgono tutto, incontri e situazioni, come se fossero un dono

-bellezza: nonostante la stanchezza e la fatica, il pellegrino si accorge di tutte le cose belle, talmente belle che non le sa spiegare se non come un dono di qualcun altro.

 

Il pellegrinaggio è una metafora della vita ma giungendo a Santiago non si è davvero arrivati alla meta. Perciò, per ricordarsi che il cammino è ancora in corso, prima di ripartire per tornare indietro, si fanno tre cose:

  1. i pellegrini si dicono tra loro: “Siempre se anda el camino” cioè “sempre si percorre il cammino”, perché non è ancora giunto al termine.
  2. sussurrano a Santiago: “Recomiendame a Dios, mi amigo!”. In questo modo chiedono che Dio li protegga per tutta la vita.
  3. baciano i piedi della statua del re David, chiedendogli di proteggerli per tutta la durata del ritorno.

 

Anche oggi molti pellegrini si recano tutti gli anni a Santiago, perché tutti hanno bisogno di accorgersi che la vita ha una meta, buona e sicura. È come se a tutti noi fosse stato promesso che un bel traguardo da raggiungere ci sia, e per tutti!

 

INTERVISTA AGLI ALUNNI DI SECONDA LINGUISTICO:

Come è nata l’idea di fare questa mostra? Cosa avete scoperto nel preparare e nel presentare questa mostra?

Anna Zeduri: “La proposta è nata in classe, parlando del pellegrinaggio con i prof. Poli, Quadri e Pavan. Volevamo riprodurre “El camino de Santiago” per ricordare a tutti (a noi in prima persona) che tutto quello che facciamo rientra in un percorso, dotato di una meta a dir poco strepitosa”

Miriam Baldelli: “Ho scoperto che la vita è come un pellegrinaggio”

Federica Rossi: “Ieri sera ho avuto modo di osservare la reazione di diverse persone. Ho visto l’entusiasmo di due alunne di quarta, la curiosità di uomini e donne che non avevano mai sentito parlare di pellegrini e il sincero interesse anche da parte di chi conosceva già l’argomento. Ho scoperto quindi questo: il piacere di condividere il mio percorso, le cose che ho trovato interessanti, con tante persone diverse.”

INTERVISTA ALLA PROFESSORESSA PAVAN:

Cosa ha trovato di più interessante in questo argomento?

Da un lato la quantità di gente che si muoveva per andare incontro al Santo, pur vivendo in un periodo storico povero di mezzi di trasporto. Dall’altro mi ha stupito, in quanto linguista, come il cammino di Santiago sia stato lo strumento di contatto tra la cultura spagnola e quella europea.

 

 

Vuoti a perdere

 

La mostra realizzata dalla classe 2aB Liceo Scientifico vuole spiegare con un breve percorso i principali fenomeni legati alla pressione atmosferica e alcune applicazioni concrete legate ad essa.

 

Vuoti a perdere?

 

Torricelli e Pascal

Verso la metà del XVII secolo Torricelli realizza il famoso esperimento del tubo riempito di “argento vivo”, cioè mercurio. Il tubo, rovesciato in una vaschetta anch’essa riempita di mercurio, vedeva scendere la colonna di mercurio fino a raggiungere sempre l’altezza di 76 cm.

 

Per la prima volta viene avanzata l’ipotesi del “peso dell’aria. E’ con Pascal che finalmente si può parlare di pressione dell’aria come causa dell’innalzamento del mercurio. Ed è forse il suo animo inquieto, sospeso “tra il tutto e il nulla”, che lo porta a indagare e infine affermare l’esistenza del vuoto, contro la teoria dell’horror vacui. Ma ciò che era contenuto nelle sfere di Magdeburgo o ciò che restava nella parte superiore del tubo di mercurio si può considerare vuoto?

 

Aristotele

Solo l’essere è, e il vuoto, essendo il nulla, semplicemente non può esistere.

“Quelli che affermano

che il vuoto esiste fanno

di esso un luogo. Ma in che

modo un corpo si troverà nel

luogo e nel vuoto? Se non vi

è un luogo, non vi sarà neppure

un vuoto”
(Aristotele, Fisica).

 

Ma c’è di più. Per Aristotele la causa del movimento dei corpi non è nel corpo stesso, ma nel mezzo. Un proiettile, una volta scagliato, proseguirebbe nel moto perché spinto dall’aria, che continuamente si precipita ad occupare il vuoto lasciato dal proiettile al suo passaggio. Ne segue che nel vuoto il moto sarebbe semplicemente impossibile!

 

 

Si fa strada l’idea dell’horror vacui, destinata a durare molti secoli, secondo la quale la natura avrebbe ripugnanza del vuoto.

 

Tubo a U

In un sistema di tubi comunicanti, le colonne riempite con due diversi liquidi immiscibili rimangono in uno stato di equilibrio raggiungendo altezze diverse.

 

 

 

Il torchio idraulico

La pressione applicata mediante il pistone piccolo si trasmette inalterata su tutto il liquido. Sul pistone grande può agire una forza molto elevata anche solo riducendo la superficie del pistone piccolo.

 

 

Principio di Archimede

“Gerone, re di Siracusa, decise di donare una corona d’oro agli dei. Una volta finita la corona, l’orefice consegnò al re una corona dal peso corrispondente all’oro ricevuto… Gerone, venuto a sapere che l’orefice aveva sottratto una parte dell’oro e l’aveva sostituita con l’argento, chiese ad Archimede di fornirgli la prova della truffa subita. Archimede mentre si calava nella vasca, notò che fuoriusciva una quantità d’acqua pari al volume del suo corpo…”

(Vitruvio, De Architectura)

 

 

Horror vacui?

Nel secolo XX è apparso chiaro che l’ottenimento del vuoto (inteso come assenza di ogni cosa, materia o energia), non era affatto semplice come la fisica classica pensava. Innanzitutto c’è un limite pratico: al momento, il massimo che si è potuto ottenere è una rarefazione delle molecole di gas in un certo volume, mai un’assenza completa di esse: i migliori “vuoti” ottenibili con le moderne pompe corrispondono a una pressione di 10-12 Pa. Nemmeno lo spazio intergalattico si può ritenere vuoto perfetto: si stima infatti una densità di 1 particella ogni cm3. Bassissima, soprattutto se confrontata col dato delle 25 miliardi di miliardi di particelle che abitano in media ogni cm3 dell’aria che respiriamo…

 

Ma esistono anche limiti teorici. Secondo la teoria del Big Bang, esiste una radiazione fossile (l’“eco” del Big Bang) che dovrebbe essere presente ovunque nell’Universo: tutte le rilevazioni sperimentali, comprese le più recenti missioni spaziali confermano in pieno questo dato. Infine la meccanica quantistica (in particolare il principio di indeterminazione di Heisenberg) stabilisce l’ineliminabile presenza, per qualsiasi stato, di una minima vibrazione di energia che renderebbe anche il vuoto… non vuoto!

PLATONE: UN OCEANO DI SIGNIFICATO

III linguistico 2010/2011

 

 

Una mostra in due stanze che vuole rivisitare il mito della caverna di Platone e verificarne l’attualità. Domina, nella prima stanza, l’apparenza a cui il contesto sociale vuole costringere l’individuo e l’apparenza a cui l’individuo, nel suo quotidiano vivere, cede. Ma allora non vi è possibilità per l’uomo di vivere con verità? La seconda stanza offre un’ipotesi, una strada:  ridestati da un abbraccio, vivere lealmente la propria esigenza di verità, di giustizia e di amore ed immergersi così nell’oceano di significato del reale.

      I stanza                                                                

 

 

     II stanza

 

INTERVISTA A MARTINA CAROLI, III L

Da dove è nata l’idea di allestire questa mostra?

L’dea di allestire una mostra riguardante il mito della caverna di Platone e la sua attualizzazione ai giorni nostri è nata da una proposta dei professori. All’inizio i più convinti erano i ragazzi di III B, noi eravamo un po’ scettiche rispetto alla buona riuscita del lavoro. Ma poi nel proseguire l’allestimento abbiamo capito che il problema che il mito ci pone, cioè la scelta tra apparenza e realtà, è talmente universale che non poteva lasciarci indifferenti.

 

 

Cosa hai scoperto preparandola?

Ho subito intuito che accettare la sfida di una mostra così non era cosa da poco. Riuscire a rendere a livello fotografico i concetti di apparenza e realtà senza rischiare di cadere nel moralismo o nella banalità non è stato semplice. Ma ci siamo basati molto sulla nostra esperienza. La gente che viene ad ascoltarci vede soprattutto noi perché nella nostra mostra non ci sono scritte né pannelli. Ci giochiamo, mi gioco tutto, di fronte a sconosciuti perché quello che racconto non è un mito di 2000 anni fa, è la fatica, la battaglia di tutti i giorni nella vita.

E questa mostra mi aiuta a tenere presente di più le mie vere esigenze, quelle costitutive, reali, di cui a volte mi dimentico.

 

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