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Protagonisti


Guardando i ragazzi in questi mesi di scuola ci ha colpito veder brillare in loro una parola oggi sempre più rara. “Io”. Nella settimana di approfondimento che è culminata con l’esposizione all’open day di mostre di straordinaria originalità culturale, li abbiamo visti riflettere insieme ai loro insegnanti, rischiare, mettersi in gioco, progettare e costruire (e farlo fisicamente, in una generazione sempre più incapace di lavoro manuale), tendere al bello. Vivere il sacrificio della fatica.

Li abbiamo visti spiegare ai propri compagni o agli adulti in visita alle mostre con una intelligenza viva, una personalità originale. Che cosa ha messo in moto tutto questo surplus di vita, tanto che qualcuno di loro si stupiva di essersi messo a lavorare, o a pulire e smontare, scegliendo persino di rimanere a scuola fino a tardi? Per noi è domanda aperta.

Ci ha colpito anche vedere dei professori che liberamente, con semplicità e disponibilità, con straordinaria passione, scommettono sui ragazzi, investendo competenze, tempo, energie con loro, per cercare ogni giorno e costruire qualcosa che ha una bellezza inaspettata, tanto che ciò che poteva essere formale (l’adesione all’alternanza scuola-lavoro, la costruzione dei gesti natalizi e degli open day) è diventato esperienza di sfida, di maturazione personale per adulti e ragazzi. Per non dare per scontato tutto questo e ridurlo a semplice volontarismo, basta sfogliare le pagine del notissimo libro “Gli sdraiati” di Michele Serra. Il giornalista descrive i ragazzi in un modo che purtroppo in tanti momenti risponde al vero: flaccidi, passivi, vittime della noia.  E gli adulti in un modo che purtroppo tante volte corrisponde al vero: insicuri, soli, spaesati più dei propri ragazzi. In queste settimane, guardando con stupore quel che abbiamo vissuto insieme , ci ha colpito vedere che immeritatamente stiamo vivendo un altro tipo di esperienza, non perchè priva dei problemi e degli ostacoli di ogni cammino educativo, ma perché piena di una bellezza che ci coinvolge e ci costruisce, comunicandoci una appassionata capacità operativa.

Una ex alunna diceva in questi giorni a un insegnante della nostra scuola:

“Con voi ho imparato a pensare. Ad amare ciò che faccio. Oggi all’università vedo purtroppo tanta gente passiva,  che non sa appassionarsi a nulla e infatti non studia nulla, semplicemente rimandando l’ingresso nel mondo del lavoro”.

Ci ha colpito e ci abbiamo riflettuto: solo in un lungo e paziente cammino di adulti e ragazzi si può imparare e comunicare l’amore per ciò che si fa, contribuire ad essere io, ad affrontare il presente come protagonisti. Come “io”. Ed è questa la cosa di cui c’è -letteralmente- più bisogno, nella società di oggi.

 

Il Rettore Francesco Fadigati